Dalla testa al polso - Parte 1
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Anno 2019.
Era sabato, l’estate stava lasciando spazio all’autunno e io, seduto sul divano dopo essere stato a correre, mi sono ritrovato a guardare il vuoto con un pensiero fisso in testa:
“Come togliermela dai piedi?!”
Sono sempre stato una persona molto attiva: spesso in movimento, con mille interessi e una voglia di fare che sembra non esaurirsi mai. Appena posso, nei momenti — sempre più difficili da trovare — che riesco a ritagliarmi, infilo scarpe da ginnastica, maglietta, pantaloncini e via.
Corsa, passeggiate, calcio a 5, palestra, mare, piscina, padel… tenermi in movimento è la terapia più efficace che conosco, per la mente, per il fisico e per la gestione del diabete.
Eppure… in quel periodo c’era una cosa che non mi permetteva di godere appieno di quello che facevo, anche quando ero al lavoro o con mia moglie e i miei figli piccoli: la paura dell’ipoglicemia e una domanda che continuavo a pormi:
“Come faccio a portare gli zuccheri con me?”
Quel giorno, sul divano, questa domanda era diventata un pensiero assillante.
Alcune soluzioni improvvisate c’erano, certo: marsupi, zaini… ma nessuna era abbastanza comoda da permettermi di avere gli zuccheri sempre con me.
In acqua non potevo certo portarmi un marsupio, né tantomeno uno zaino. E neanche durante una partita a basket o a calcio…
Tutte situazioni legate ad attività che amavo, ma che non riuscivo a godermi appieno.
Conoscevo bene la sensazione dell’ipoglicemia — in trent’anni di diabete ne avevo provate a sufficienza — e quel senso di debolezza, confusione e odioso annebbiamento che porta con sé.
Quello che volevo evitare, in quella eventualità, era di dovermi anche preoccupare di dove fossero gli zuccheri e se mi fossi ricordato di portarli, con la relativa ansia ad amplificare tutte le sensazioni orribili di quel momento.
La domanda che mi assillava era quindi:
“Come togliermi dai piedi l’ansia da ipoglicemia?!”
Ormai era un chiodo fisso e dovevo risolverlo.
Dovevo trovare una soluzione.
Fino a quel momento avevo provato di tutto. Avevo anche infilato e cercato di incastrare delle bustine e delle fiale di zuccheri all’interno del costume durante un bagno al mare.
Ma niente…
A volte le soluzioni erano semplicemente scomode, altre volte “pericolose”, perché facevano sì che gli zuccheri si perdessero, facendomi trovare senza proprio nel momento del bisogno.
Mi misi subito all’opera e, nelle settimane e nei mesi successivi, dopo innumerevoli schizzi, disegni e discussioni con esperti del settore, arrivai alla definizione e alla prototipazione, tramite stampa 3D, di quella che sarebbe stata la soluzione al mio problema:
un contenitore per zuccheri semplici da alloggiare all’interno di un supporto da indossare al polso.
Stavo tenendo in mano la prima versione del sistema indossabile.

Ora però arrivava il bello.
Dopo aver creato il prototipo, bisognava produrlo e testarne l’utilizzo.
Come fare?
Mi venne un’idea: conoscevo il nome di un’azienda che produceva prodotti a base di zuccheri semplici specificamente pensati per la gestione delle ipoglicemie.
Perché non contattarla per avviare una collaborazione che potesse portare alla realizzazione di questa soluzione?
E così feci…
Contattai questa azienda su LinkedIn e fissai un appuntamento presso la loro sede per presentare la soluzione e i benefici che questa avrebbe potuto portare alle persone che, come me, vivevano una vita attiva in compagnia del diabete di tipo 1.
Il nostro incontro andò meravigliosamente: non solo ebbi la possibilità di conoscere delle splendide persone, ma l’idea, il prototipo e il progetto che presentai loro li entusiasmarono.
Nelle settimane successive dovetti rivedere, assieme a un designer, la forma e i materiali da utilizzare per il polsino: la scocca rigida e le relative dimensioni rendevano l’insieme poco funzionale.
Molto meglio creare un polsino totalmente in tessuto, morbido e traspirante, in grado di contenere due bustine flessibili aventi una forma proprietaria, che registrammo.
Arrivammo ai disegni definitivi e facemmo realizzare alcuni prototipi da una sarta.
Eravamo pronti per partire.
Poi arrivò marzo 2020.
Covid. Sipario.
L’Italia intera si fermò e il nostro progetto subì un grosso rallentamento.
Ma questo non ci impedì di andare — seppur piano — avanti.
Continua…