Dalla testa al polso - Parte 2

Dalla testa al polso - Parte 2

Anno 2020. Primavera.

L’Italia è chiusa. Le persone cantano dai balconi, i notiziari riportano grafici colorati che indicano i risultati dei tamponi effettuati e da cui scaturiscono nuove restrizioni, vincoli… nuove paure:

“Quando tutto questo avrà fine?”

e

“Come ne usciremo?”

In questo scenario io ero lì, seduto sullo stesso angolo di divano di qualche mese prima, con il mio progetto, con i prototipi pronti e una grande esigenza che — in quel periodo — confinato in casa e con la dispensa sempre a disposizione, sentivo sicuramente meno, ma che sapevo sarebbe tornata a farsi sentire una volta tornati alla normalità, bussando insistentemente alla mia testa, inquinando i miei pensieri.

Non potevo mollare, quindi.

NON VOLEVO mollare.

Come è ovvio che sia, dovetti fare i conti con una cosa che odio fare: rallentare.

Tutte le aziende in Italia, in un periodo come quello, avevano chiaramente altre priorità: il Covid aveva colpito forte, aveva sconvolto i piani di tutti e qualsiasi realtà nel nostro Paese aveva come priorità assoluta quella di attrezzarsi per superare il momento unico che stavamo vivendo.

Accettai quindi, mio malgrado, di andare più piano, consapevole del fatto che — nonostante tutto — prima o poi avremmo raggiunto il nostro ambizioso obiettivo.

Passai gran parte del mio tempo libero a raffinare la soluzione che avevamo: il polsino, le bustine, l’apertura… e a contattare potenziali fornitori che spesso si negavano o mi trattavano con sufficienza, alla ricerca dei partner giusti: quelli che unissero una grande qualità nel loro lavoro a un coinvolgimento, anche emotivo, nella soluzione a cui stavamo lavorando.

Settimanalmente, poi, mi incontravo — virtualmente — con le splendide persone che componevano il team di lavoro, per capire insieme come procedere, come avanzare, come testare e “sfidare” quanto avevamo prodotto fino a quel momento…

Da lì, i messaggi WhatsApp si susseguivano:

“Ho trovato questa cosa che potremmo migliorare…”

“Ragazzi, se facessimo questa modifica, la bustina sarebbe ancora più accessibile…”

“Ma se modificassimo questo materiale, il polsino sarebbe più comodo…”

Le persone che avrebbero utilizzato questo sistema erano al centro di tutto. Erano le persone per cui stavamo lavorando.

E non volevo che fossero semplicemente soddisfatte.

Volevo, con tutto me stesso, che fossero deliziate da questo prodotto e che — finalmente — potessero sentirsi più sicure in ogni situazione.

Se ci penso ora, quel periodo, seppur drammatico ed estremamente sfidante, è stato anche un momento particolarmente stimolante della mia vita.

Il mio lavoro — governare progetti innovativi all’interno di diverse realtà e diversi mercati — ha sempre richiesto una buona dose di pensiero critico e di “problem solving”.

In questo progetto e in tutto quello che — attorno ad esso — è successo, posso tranquillamente dire che l’asticella è stata piuttosto alta.

I mesi passarono, i disegni cambiarono e diventarono nuovi prototipi.

Nei gruppi sui social dedicati al diabete continuavo a leggere di persone che — durante le loro attività — infilavano fiale e bustine ovunque: nelle mutande, nei reggiseni, nel costume, nei calzini…

Nel frattempo, ci arrivò alle orecchie che altri stavano pensando a soluzioni simili a quella che avevamo sviluppato e registrato.

Ottima notizia!

Che cosa c’è di meglio, per validare un’idea, del sapere che altri stanno pensando a una soluzione simile per risolvere lo stesso problema?

Andammo avanti per la nostra strada, consapevoli che la direzione fosse quella giusta, e guidati da un pensiero che continuava a sorreggermi nei momenti in cui le difficoltà sembravano suggerire di mollare tutto:

“La prima volta che una persona mi dirà che questo Sistema l’ha 'salvata' in un momento di difficoltà, varrà tutta la fatica che sto facendo.”

Arrivammo quindi a fine 2022.

I fornitori — che credevano nel progetto e con cui avevamo avuto decine e decine di scambi per raffinare la soluzione — erano pronti.

I disegni e i prototipi erano condivisi.

Le linee produttive erano pronte a partire.

Sembrava l’inizio di un sogno.

Ce l’avevamo fatta!

E invece no.

L’azienda cambiò leadership e, con essa, cambiarono anche le priorità.

Il progetto venne prima sospeso per qualche mese, poi fermato definitivamente.

Dopo anni di lavoro, prototipi, discussioni e aspettative, divenne certo che la soluzione a cui avevo lavorato non sarebbe mai arrivata sul mercato attraverso quella strada.

La cosa più curiosa, però, era che il mio problema era ancora lì.

Irrisolto.

Io continuavo ad avere bisogno di una soluzione.

Così mi trovai davanti a una scelta: lasciare perdere oppure provare a farlo da solo.

Scelsi la seconda.

Continua…

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